Grazie alla risposta positiva di alcuni dei nostri donatori, uno studente della Scuola del Fare di Napoli ha ricevuto una borsa di studio ed ha vissuto un viaggio che lo ha reso più sicuro, autonomo e aperto al mondo.
Da Napoli a Dublino la distanza non è solo geografica. Cambiano il clima, i ritmi, le abitudini, il modo di vivere la città. A., studente della Scuola del Fare di Napoli, lo ha scoperto di persona durante il viaggio studio di due settimane in Irlanda.
Al ritorno ci ha consegnato un report schietto e sorprendentemente maturo. Racconta di essere partito con un ostacolo preciso: l’inglese scritto e tradotto non gli dava problemi, ma parlare lo bloccava. A Dublino qualcosa si è sciolto. Le lezioni, fatte soprattutto di dialogo con il compagno di banco, a ruota libera o su temi scelti dai docenti, lo hanno portato a usare la lingua in situazioni vere, e a poco a poco le parole hanno iniziato a uscire con naturalezza. Oggi dice di aver imparato “finalmente a dialogare” e a esprimersi con sicurezza.
Ma il viaggio non è stato fatto solo di aula. A. ricorda con emozione la visita alla National Gallery of Ireland, dove ha potuto ammirare da vicino opere che prima conosceva solo dai libri, e la gita alle Cliffs of Moher, con la tappa a Galway: davanti a quelle scogliere a picco sull’oceano, avvolte dalla nebbia, si è emozionato come poche altre volte. Ha poi girato Dublino insieme ai nuovi amici, fermandosi in un pub tipico per assaggiare l’Irish beef stew, promuovendolo a pieni voti.
Le differenze culturali, naturalmente, si sono fatte sentire, e lui le racconta con onestà. Il suo stile di vita napoletano ha fatto i conti con i ritmi irlandesi, per esempio con i negozi che chiudono già verso le 18:30-19:00. Nel complesso, però, l’impatto con la cultura locale è stato positivo e lui si è adattato bene.
Ancora di più è cresciuto in autonomia. Ha gestito il budget, gli orari e gli spostamenti con Dublin Bus, compresi i tragitti da e per l’aeroporto. Quando nella seconda settimana l’orario delle lezioni è passato dalla mattina al pomeriggio, non si è perso d’animo: ha riorganizzato la sua routine e ha continuato a vedere gli amici, incastrando i suoi impegni con quelli dei compagni, che avevano mantenuto l’orario del mattino.
La parte più bella, forse, è quella umana. A. si definisce timido, eppure è tornato a casa con un gruppo di amici: i compagni con cui ha trascorso gran parte delle giornate, alcuni ragazzi spagnoli e un compagno di classe messicano, più grande di lui, con cui ha fatto esercizi e chiacchierato durante le lezioni. La sfida più grande che dice di aver superato è proprio questa: vincere la timidezza iniziale per integrarsi in un contesto nuovo, in una lingua che non è la sua.
Storie come la sua ci ricordano perché vale la pena investire nei ragazzi: basta una porta aperta al momento giusto perché scoprano di essere capaci di molto più di quanto pensavano. Grazie ad Alberto per aver condiviso la sua esperienza e al donatore che ha reso tutto questo possibile.


