Rassegna stampa

Si studia da meccanico, ma nelle nostre lezioni si impara a sognare

Solo le relazioni agganciano i ragazzi: il metodo vincente della Scuola del Fare parte dalla strada e arriva in aula

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Si chiama Scuola del Fare ma la prima cosa che il suo direttore didattico dice, nel presentarla, è che “la parte educativa conta quanto quella professionale”, allargando subito l’attenzione dal fare all’essere. “Vogliamo costruire persone capaci di guardare al futuro: tanti di questi ragazzi invece non immaginano il futuro e non si immaginano nel futuro, c’è piuttosto una certa idea di destino. Ma se vuoi guardare oltre, devi creare una crepa e la crepa è sempre la relazione”. Pasquale Calemme è presidente della Fondazione di Comunità San Gennaro, direttore didattico della Scuola del Fare e coordinatore del progetto SuPerStrada: si chiama così perché «sulla strada noi vogliamo starci, oggi la strada è percepita come luogo di rischio, ma è innanzitutto luogo di incontro. Il problema non è la presenza dei ragazzi in strada, quanto l’assenza di adulti da essa. Noi non disdegniamo il setting, ma in questo progetto abbiamo voluto tanta educativa di strada, per agganciare i ragazzi. E siamo convinti che l’educazione sia la prima forma di cura». Se la Scuola del Fare, inaugurata a settembre 2019 in zona Doganella, diversamente da tante altre realtà di istruzione e formazione professionale della zona, ha già i corsi pieni è anche per questo: la comunità educante nata attorno a questo progetto ha un forte radicamento nel territorio e incontra i ragazzi con una molteplicità di proposte, dall’orchestra di Sanitansamble al corso di rugby della Casa dei Cristallini, dallo sportello di sostegno alla genitorialità del Grillo Parlante all’educativa del Millepiedi. Perché, continua Calemme, «è impossibile pensare di rivolgersi all’integrità della persona senza avere una pluralità di approcci». Agganciare, accompagnare, sostenere o orientare diventano quindi i passi di un percorso unico, che punta dritto al futuro: la scuola è un tassello importante, ma insieme agli altri.
Alla Scuola del Fare – cablata in fibra, un pc per ogni alunno donato da Unicredit, un agrumeto e una ristrutturazione complessivamente guidata dall’idea che il bello educa mutuata dall’esperienza comasca di Cometa – 40 ragazzi stanno seguendo i corsi di formazione professionale che li porteranno alla qualifica di operatore per la riparazione di veicoli a motore o di operatore dei sistemi e dei servizi logistici. «Automotive e logistica sono due filiere ben sviluppate a Napoli, abbiamo subito coinvolto le aziende, a partire da Fca, sia per insegnare ai nostri ragazzi le competenze che davvero servono sia per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro attraverso stage e apprendistato», spiega Antonio Riva, presidente della Fondazione Alberto e Franca Riva, cofinanziatore di SuPerStrada insieme alla Fondazione di Comunità San Gennaro e a Con i Bambini.
La scuola porta il nome di Giulia Civita Franceschi, che negli anni Venti del secolo scorso raccolse gli orfani di guerra di Napoli e li mise su una nave donatale dalla Marina Militare per insegnar loro i mestieri della nautica. Oggi, fra gli studenti della Scuola del Fare c’è chi viene da una famiglia fragile, chi non ha il padre, chi fa qualche lavoretto in nero per avere quella paghetta che i genitori non potranno mai dargli. Molti hanno alle spalle uno o due fallimenti scolastici nel passaggio dalle medie alle superiori (il punto critico ormai è lì), altri hanno cambiato più volte scuola, quasi tutti hanno un vissuto di profonda demotivazione allo studio.
«Una buona quota di Neet non ha problemi di esclusione sociale, di famiglie disgregate, di mancanza di opportunità: sono “solo” persone demotivate. Questo è un punto fondamentale, non puoi limitarti a insegnare un mestiere o fare una scuola per nozioni», afferma Calemme. «In un contesto come il nostro, che offre modelli alternativi a buon mercato, bisogna accogliere le persone e accompagnarle nella loro interezza.
Qualche generazione fa si giocava tutto sulla volontà e sul senso del dovere, poi c’è stato il periodo della mente, del “se capisco, faccio”. Ai nostri giorni nessuno dei due funziona più: con i ragazzi oggi tutto deve partire dall’emotività. Quindi la prima cosa è stabilire relazioni forti: dobbiamo coinvolgerci per coinvolgerli, ma senza sconvolgerci. L’esperienza, l’essere esperto, ha a che fare anche con una dimensione di periculum, di accettare di mettersi in gioco. Per questo abbiamo puntato su docenti giovani, con un passato da educatori in contesti difficili. E seguiamo ogni ragazzo:  l’esperienza dei tanti partner ha già mostrato che a fare la differenza, quando un ragazzo lascia la scuola, è il fatto che qualcuno sia andato a cercarlo a casa». Per questo la scuola da sola non basta. All’Istituto  Salesiano Menichini, per esempio, sta nascendo Pizza Hub, una pizzeria per i ragazzi e autogestita dai ragazzi, dopo un corso di formazione professionale di 120 ore. Alla Casa dei Cristallini invece il progetto SuPerStrada ha permesso di mettere a sistema i percorsi di educazione alimentare e le proposte sportive: «sfruttiamo il momento della merenda pomeridiana, l’unico che “sfugge” alle mamme che spesso in realtà sono mamme- bambine che amano le patatine e le bibite quanto i loro figli, per far scoprire nuovi sapori e per fare educazione alimentare», spiega Gina Bonsangue, la coordinatrice educativa. Persino il cavolo così, trasformato in una navicella spaziale, ha conquistato i palati dei più piccoli. Quanto agli sport, da sempre la Casa dei Cristallini li propone: soprattutto rugby, vela, equitazione, boxe… alternative al “solito” calcetto, «la vera differenza ora sta nel fatto che abbiamo un educatore che accompagna i ragazzi agli allenamenti e questo, per la fedeltà all’impegno, sta aiutando moltissimo». Martina Giordano invece racconta l’inserimento, da marzo 2019, di 22 adolescenti nelle due orchestre di Sanitansamble a Rione Sanità: «Solitamente partiamo con bambini più piccoli, questa è stata un po’ una scommessa, ma possiamo già dire che gli effetti sono gli stessi: i ragazzi hanno scoperto risorse che non pensavano di avere e stanno imparando le regole di quella piccola società che un’orchestra è».
L’estate scorsa sei ragazzi fra quelli che si erano già iscritti alla scuola hanno fatto una vacanza-studio in Inghilterra, grazie a borse di studio donate dalla Cassa di Sovvenzione e Risparmio tra il personale della Banca d’Italia. Un viaggio che adesso vogliono tutti fare, ma che fino a poco tempo fa nessuno poteva nemmeno permettersi di immaginare. «Noi vogliamo fare esattamente questo», conclude Antonio Riva, «aiutarli a sognare. Anche a realizzare i loro sogni, certo, ma quello viene dopo: prima dobbiamo legittimarli a sognare e possono farlo solo se vedono cose diverse da quelle che hanno sempre conosciuto».

 
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