Rassegna stampa

Vita.it – Baby gang? L’espressione di un disagio enorme creato da noi

 

di Anna Sperna

Il parroco del Rione Sanità racconta il fenomeno delle baby gang con gli occhi di
chi lo vive da dentro la città. «Inutile puntare il dito solo su famiglie disastrate,
servizi assenti, Gomorra e malavita», spiega. «Questa mostruosità è colpa
nostra, facciamo un po’ schifo. Ai nostri ragazzi non possiamo neanche più
chiedere “cosa ti piacerebbe fare da grande?”»

Don Antonio Loffredo lo chiamano “il parroco ribelle” del rione Sanità di Napoli. «Ci vivo dal
2001. E sono contentissimo», racconta. «È un posto dove se non si hanno occhi per vedere la
luce dalle ferite si può impazzire. Ma se hai occhi e quella luce la vedi, la lasci passare, allora
puoi vivere una grande bellezza».

Il Rione Sanità, periferia in mezzo alla città, Forcella, Montesanto dove un gruppo di bambini
ha scattato una foto poi pubblicato su Facebook, e che ora sta facendo il giro del web, con
delle armi in mano.

O ancora l’uscita della metropolitana, fermata Policlinico, palcoscenico dell’ultima
aggressione di una baby gang ai danni di un altro minore. I Quartieri spagnoli, il lungomare,
i margini della città. Sono tutti luoghi che in fondo si assomigliano. Dove sembra che le baby
gang stiamo impazzando incontrollabili senza una reale ragione. Tutto quello che sta
succedendo a Napoli ha a che fare con la malavita? Con il bullismo? O con la miseria e i
servizi, primo la scuola, inefficienti?

Antonio Loffredo, che questi giovani li conosce bene, non ha dubbi sul fatto che una colpa
esiste. «È nostra», dice. «questi ragazzi stanno esprimendo un disagio enorme. E il disagio
enorme lo stiamo creando noi: quello che sta succedendo è una mostruosità».

Chi sono questi ragazzi? Spesso adolescenti ed oggi sempre più bambini?
Per raccontarvelo riporto una storia. 15 dicembre 2017 sul profilo Facebook delle
Catacombe di Napoli mi colpisce il racconto vero di Salvatore. La storia di un uomo che
come tutti è stato un bambino, uno di quei bambini che, a differenza degli altri, che una
casa dove tornare l’hanno avuta sempre, usciva da scuola e rallentava i passi con la
speranza di diventare grande o di sparire durante il tragitto tra casa e scuola. Un bambino
che aveva sete di famiglia, di normalità, di affetto. Una sete saziata da droga, rapine,
carcerazioni. Ben 15 anni di carcere segnano la sua storia. Da17 anni sono parroco della
Sanità e non ho saputo fare niente per quel bambino. “Respiri di uomini e odori di uomini.
Notti lunghe e giorni tutti”. Questo è il massimo che abbiamo saputo offrirgli dopo che gli
abbiamo rubato la speranza dal suo cuore di cucciolo. Nella storia, che su Facebook è stata
O ancora l’uscita della metropolitana, fermata Policlinico, palcoscenico dell’ultima
aggressione di una baby gang ai danni di un altro minore. I Quartieri spagnoli, il lungomare,
i margini della città. Sono tutti luoghi che in fondo si assomigliano. Dove sembra che le baby
gang stiamo impazzando incontrollabili senza una reale ragione. Tutto quello che sta
succedendo a Napoli ha a che fare con la malavita? Con il bullismo? O con la miseria e i
servizi, primo la scuola, inefficienti?
Antonio Loffredo, che questi giovani li conosce bene, non ha dubbi sul fatto che una colpa
esiste. «È nostra», dice. «questi ragazzi stanno esprimendo un disagio enorme. E il disagio
enorme lo stiamo creando noi: quello che sta succedendo è una mostruosità».
scritta da Chiara Nocchetti, piano piano, nel cuore di Salvatore, il ghiaccio si è sciolto, e lui ha
cominciato a gustare la bellezza delle emozioni. “Deve essere il sudore che scorre sotto la
tuta da operaio mentre lavoro arrampicato su un ponteggio. Deve essere il sorriso di un
uomo che mi guarda e mi dice: “tra tutti, io credo in te”. Ecco questi ragazzi sono quelli a cui
non sappiamo parlare, con cui non siamo in grado di relazionarci, quelli a cui non
guardiamo con abbastanza delicatezza e attenzione.

Cosa dobbiamo fare?
Dobbiamo offrire urgentemente soprattutto ai più fragili il nutrimento per la testa e per il
cuore. Soprattutto dobbiamo diventare una società unita, una Comunità Educante. Una
comunità non idolatra, attenta agli ultimi. Non competitiva ma capace di coltivare la cultura
della reciprocità e della responsabilità. Tutti proprio tutti nasciamo con una profonda sete e
viviamo tutta la vita alla ricerca della fonte. Abbiamo sete di bellezza, di giustizia, di amore.
Spesso fatichiamo non poco a trovare la fonte. A volte la sete è l’unica guida nella notte e
allora capita che qualche mio fratello più piccolo scambi una pozzanghera d’acqua per la
fonte e da vittima diventa carnefice.

Perché siamo arrivati a questo punto?
Nelle strade di Napoli, ma non ho dubbi anche in quelle delle altre città italiane, l’emergenza
si respirava da un po’. Se non fai niente la bomba esplode. E noi come società cosa abbiamo
fatto?

Il giudice Nicola Quatrano, nelle motivazioni delle sentenza al processo sulla “paranza dei
bambini”, li descrive come ossessionati dalla morte, che forse amano e probabilmente
cercano, pronti a farsi uccidere e ad uccidere come i militanti della Jihad
E non mi sento di dargli torto. Certe terminologie sono vere, terrorismo significa colpire
senza una ragione. Il loro è un linguaggio fatto di violenza pura, e questo mi inquieta. Però
pensiamoci. Dove l’hanno interiorizzata tutta questa violenza? Mi ricordo che personaggi di
forze politiche tra loro hanno sempre litigato, forse erano persone nemiche, ma educate.
Oggi in certi luoghi sacri della politica le persone si picchiano come se fosse la cosa più
naturale del mondo. Ma può essere normale questa cosa? È normale questa immagine? Io
direi di fermarci un attimo e metterci davvero in crisi come società.

Quello che sta succedendo in città quanto ha a che fare con la malavita napoletana?
In certe baby gang, in certi quartieri trovi “il figlio di, il nipote di”. Ma non limiterei mai il
discorso solo a questi rioni. Il disagio riguarda proprio una fascia d’età. È chiaro che arriva
prima in zone più sofferenti dove il disagio economico e culturale è più forte. Ma nessuno
ne è esente ed il legame con la malavita lo terrei come secondario. Le azioni di questi
ragazzi sono legate alla dimensione della violenza gratuita, al fare male agli altri, al
distruggere e basta.

E il bullismo? In che modo entra in queste azioni?
Bisogna considerarlo nel discorso. Si colpiscono i più fragili. Anche i piccoli riconoscono la
fragilità e ci piombano sopra con violenza. E poi i ragazzi sono abituati ormai a queste
scene, ovunque guardano assorbono violenza. Ma anche inq uesto caso, il bullismo nn può
essere l’unica ragione.

Scuola e famiglia?
Lo sappiamo bene, soprattutto a Napoli, che la scuola è inefficiente. E questa non è una
scusa per lavarsi le mani. Non possiamo dare, o almeno io non darei, la colpa a quelle
famiglie disastrate, difficili, complesse. Perché dove la famiglia non riesce dovrebbe
intervenire la comunità. Ma questa comunità educante dove si nasconde? È troppo facile
guadare il dito e non il problema vero.

Il problema siamo noi
Noi facciamo un po’ schifo. Ci dobbiamo correggere come società, a tutti i livelli. Ma quando
mai si è visto che ad un ragazzo non si può più chiedere “cosa ti piacerebbe fare da
grande?”. La domanda più antica della storia. E non glielo possiamo chiedere pechè per lui
non stiamo costruendo politiche per lo sviluppo del lavoro gioavanile adeguate. Noi
parliamo parliamo e ancora parliamo dei fatti di cronaca. Ma perché nessuno si chiede mai
“ma cosa hanno interiorizzato questi bambini per arrivare a tanto?” Gomorra? Ma è una
barzelletta? Ti guardi un film e succede questo. Io non ci credo. Sono stati tutti i livelli della
società dalla scuola, alla politica, dalle istituzioni alla famiglia a creare questa mostruosità.
La responsabilità è condivisa.

L’attenzione mediatica di questi giorni è un male secondo lei?
I ragazzi le vedono e si sentono ancora più protagonisti. Bisogna muoversi con cautela.
Almeno servisse a farci porre la domanda: “Ma che società siamo noi che il rispetto per gli
altri ce lo siamo dimenticato”.

Qual è la strada da percorrere? Concretamente che possiamo fare? Lei che fa nel rione
Sanità?
Io ho cercato di “acchiapparli” con la musica, con il teatro… ma ne prendi 100, 200, e il
resto? Con il resto come fai? Così ho capito che non servono “operatori specializzati” ma
operatori di prossimità. Ragazzi come loro, che parlano la stessa lingua, conoscono gli stessi
gesti. I ragazzi, i più piccoli soprattutto, hanno difficoltà a relazionarsi con chi non
appartiene al loro mondo. Quindi adesso un gruppo di giovani tra i 18 e i 25, anni che sono
passati dal disagio e che ora stanno imparando a conoscere altri valori mi aiutano a parlare
con loro, a mostrare l’altra strada possibile. Io cerco di stimolare quella bellezza che ci sta.
Lo so che ci sta. È la fonte che cercano e a volte non riescono a vedere.